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Dino e i suoi amici tra gli invisibili di Roma

Rogate ergo n.3 (marzo)


“Testimonianze”  di P. Vito Magno                                           


            Ha 89 anni lo “chef dei poveri”, come viene chiamato Dino Impagliazzo, un ex dirigente dell’Inps, molto conosciuto nella rete di associazioni romane amiche dei senza fissa dimora. Fondatore dell’Associazione RomAmor Onlus, ha coinvolto negli ultimi anni tanti romani nella distribuzione di pasti caldi, che  insieme a decine di volontari prepara nella cucina dell’Antoniano dei Rogazionisti. Per la sua attività il 19 ottobre scorso ha ricevuto in Campidoglio il prestigioso Premio internazionale Cartagine, con la seguente motivazione: “In società sempre più inquinate da un’economia senza etica, guidata solo da interesse e profitto che produce la “cultura dello scarto”, l’esperienza di Dino Impagliazzo in questi anni ha rappresentato un’alternativa valida e realizzabile”.


        “I poveri mangeranno e saranno saziati” dice il Salmo 22, citato da Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata mondiale dei Poveri del 2018. Quando, e come, Lei ha preso sul serio questo Salmo?


      Dodici anni fa, nel 2007, ho iniziato a portare panini ai poveri che circolavano intorno alla Stazione Tuscolana di Roma. Poi pian piano questi nostri fratelli di strada sono andati aumentando. Si tratta di persone che ogni giorno vagano da una stazione all’altra  cercando di trovare qualcosa da mangiare.


      Con chi ha cominciato a sfamare  i poveri?


      Con mia moglie e mia figlia, poi il cerchio si è allargato ai condomini del palazzo dove abito. Così i panini oltre a portarli ai poveri della stazione abbiamo cominciato a darli anche a  quelli del quartiere attraverso una Onlus che abbiamo chiamato: “Quelli del quartiere”. Poi, però, ci siamo resi conto che, allargando il  servizio ad altre zone  della città, il nome non era adeguato.


      E allora cosa avete fatto?


     Abbiamo preso il nome di “Associazione di solidarietà appio- latino-tuscolano”. Oggi ci chiamiamo con un anagramma: “RomAmor”. In sostanza, pur cambiando più volte denominazione, siamo sempre rimasti un gruppo di persone che aiuta chi ne ha più bisogno e che stimola i cittadini a far sì che Roma diventi più umana.


     Concretamente, oggi, qual è il vostro servizio?


    Quello più impegnativo è preparare 1000 pasti a settimana che distribuiamo sabato, domenica, lunedì e martedì, nelle stazioni Tuscolana e Ostiense. Prima, quando il nostro intervento era di piccola mole, cucinavamo nelle nostre case, poi in una parrocchia del quartiere Tuscolano. Dall’anno scorso, con nostra grande gioia, siamo ospiti  dei Padri Rogazionisti, che hanno messo a disposizione, nell’Istituto Antoniano, una cucina fornita di tutto l’occorrente. Nel frattempo i nostri volontari sono diventati oltre trecento, una quindicina dei quali ogni giorno  preparano e distribuiscono  i pasti.  Abbiamo anche allargato la nostra attività agli indumenti, alle visite mediche e alla domanda di  lavoro.


       Però la vostra principale attività resta sempre quella di dare da mangiare ai poveri a cielo aperto!


       E’ così, però per fortuna cuciniamo al coperto. A cielo aperto è la distribuzione della cena. Alle cinque del pomeriggio cominciamo a cucinare, alle  otto e trenta della sera partiamo per la stazione Tuscolana e Ostiense con piatti, pentole e la cena  al completo, comprensiva anche di frutta!


      Chi  offre gli alimenti?


      Non abbiamo aiuti e sostegni economici, però la fantasia, la volontà e il desiderio di essere utili, ci hanno fatto fare tanti passi  avanti. Una squadra di nostri volontari  di sera va nei forni del quartiere  e alla loro chiusura prende il pane che è avanzato e che non potrebbe essere venduto il giorno successivo. Stessa cosa per i mercati rionali: due o tre gruppi  raccolgono di sabato la frutta che non si potrebbe vendere bene il lunedì. C’è poi il Banco alimentare che ci dona pasta e riso, e i supermercati che ci donano i prodotti in scadenza dopo pochi giorni.


      Per tutto questo Lei  è noto a Roma come lo Chef dei poveri. Trova questo epiteto sulla sua misura?


      A dire la verità mi sta un po’ stretto rispetto alle mie intenzioni. Non vorrei, infatti, essere soltanto uno chef per i poveri, vorrei essere di aiuto anche per altro. Per esempio, oltre alle attività di cui ho parlato, abbiamo aperto un Centro di accoglienza per rifugiati politici ai Castelli Romani.   Abbiamo poi preso in affitto anche un appartamento dove stiamo ospitando sei persone.


       Quanti e chi sono i poveri a cui distribuite i pasti?


         Nella stazione Ostiense sono tra i 180 e i 200. Nella stazione Tuscolana un po’ meno. Il 60% di loro sono italiani, il resto stranieri: vengono specialmente dall’Africa Settentrionale, India e Afghanistan. Sono quasi tutti uomini, solo il 5%  è composto da donne. Ogni persona è un caso a sé, tutti sono fragili; gli stranieri hanno il problema  della mancanza di lavoro e che non trovano un alloggio. Gli italiani che vivono in strada raccontano  storie di separazioni e divorzi in seguito alle quali  hanno dovuto abbandonare casa e perso spesso  anche il lavoro.


         Vi riesce facile tessere con loro una relazione?


        All’inizio abbiamo avuto dei problemi, perché quando andavamo  a portare cibo nelle stazioni pensavano che fossimo pagati e accampavano pretese. Le cose sono cambiate quando hanno capito che dietro di noi non c’è nessuno;  siamo un’ associazione privata senza fondi e tutto quello che facciamo lo facciamo a nostre spese e sacrifici. Grazie a tutto questo recentemente mi è stato assegnato  un premio internazionale.


        Cosa faceva prima di andare in pensione?    


       Ero un dirigente dell’Inps, ma la propensione alla solidarietà l’ho avuta  fin da giovane.


     Cosa ha imparato dai poveri?


      Ho imparato che bisogna rispettarli e considerali come fratelli. Non si può essere cristiani se non si capisce che incontrare i poveri è incontrare Gesù. Proprio per questo cerchiamo di condividere la cena con loro per strada.


 


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 P. Pasquale Albisinni
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